Il viaggio della motovedetta

Il 28 marzo 1997, Venerdì Santo, è attraccata al molo del porto di Valona, pronta a raggiungere Brindisi, la Kater i Rades, una motovedetta dismessa, donata negli anni Cinquanta dal governo cinese alla Marina albanese. A rubarla e a rimetterla in mare è Zani Caushi, boss della locale banda criminale, implicato nell’organizzazione dei viaggi clandestini verso l’Italia, che sarà arrestato pochi anni dopo questo evento. La Kater i Rades è omologata per nove persone ma Zani e i suoi uomini ne fanno salire a bordo quasi centoventi, stipate in ogni spazio disponibile: le donne con i bambini sottocoperta, gli uomini sul ponte. E’ gente comune, famiglie che hanno pagato tra le 500 e un milione di lire a testa per affrontare la traversata del Canale d’Otranto e sfuggire alla guerra civile, scoppiata a causa di una grave crisi economico-finanziaria, favorita dalla debolezza dello Stato e inasprita dalla forza delle bande criminali. Al largo di Brindisi la Kater I Rades viene intercettata dalle navi della Marina Militare Italiana che, per gli accordi presi il 25 marzo tra il ministro degli Esteri Lamberto Dini (primo Governo Prodi) ed il corrispettivo albanese Arjan Starova, hanno il compito di pattugliare il Canale d’Otranto, impedendo a qualsiasi naviglio battente bandiera albanese di raggiungere le coste pugliesi. Gli strumenti dissuasivi sono stabiliti dalle regole d’ingaggio emanate dal Comando in Capo della Marina e prevedono la possibilità, per i militari italiani, di mettere in atto, in caso di necessità, azioni di harrasment cioè manovre intimidatorie e di disturbo alla navigazione.  
Dopo il tentativo infruttuoso della fregata italiana Zeffiro (123 metri di lunghezza, dotata di tre cannoni, cinque lanciamissili, quattro lanciasiluri, 2 elicotteri) di dissuadere la Kater i Rades (21 m di lunghezza, 3,5 di larghezza) a proseguire la rotta, è la corvetta Sibilla (87 m di lunghezza, dotata di un cannone, due lanciarazzi, un lanciamissili, due lanciasiluri) a continuare le operazioni. La Marina decide di proseguire le manovre di disturbo pur accorgendosi della presenza, a bordo del natante albanese, di donne e bambini e nonostante un’improvvisata bandiera bianca venga sventolata dal ponte. Le direttive da terra vengono impartite dal Comando in capo della squadra navale di Roma nella persona dell’ammiraglio Umberto Guarnieri e dal Comando in capo del Dipartimento Militare Marittimo di Taranto nella persona dell’ammiragio Alfeo Battelli. Con un moto ondoso in aumento, le manovre zigzaganti della Sibilla, accostatasi pericolosamente alla motovedetta albanese, e i tentativi di quest’ultima di sfuggire al blocco, causano un doppio urto: per la Sibilla solo una scrostatura, per la Kater I Rades due colpi fatali che ne provocano il ribaltamento. Dopo pochi minuti dall'impatto l’imbarcazione affonda. Trenta uomini, due ragazzini di 12 e 15 anni e due donne riescono a salvarsi raggiungendo a nuoto la Sibilla, ottantuno persone muoiono per il freddo, d’infarto o annegate, intrappolate nella stiva ad ottocento metri di profondità.