Il naufragio

Elemento di fondamentale importanza per capire cosa accadde nel Canale d'Otranto tra la motovedetta albanese Kater I Rades e la corvetta italiana Sibilla è la distanza tra le due imbarcazioni, secondo la ricostruzione dell'accaduto da parte del Pubblico Ministero Leonardo Leone De Castris. Distanza che è scesa a dieci metri prima dell'urto avvenuto alle ore 18.57 del 28 Marzo 1997. Perché la nave italiana si avvicina così tanto all'imbarcazione albanese? Per filare un cavo. I marinai italiani tentano, infatti, di srotolare un cavo da far impigliare nell'elica della Kater, secondo le nuove regole d'ingaggio che sarebbero entrate in vigore dalla mezzanotte, salvo il fatto che quando vengono messe in atto non sono ancora neanche le diciannove. La Sibilla ha, infatti, l'ordine di non permettere che gli albanesi giungano a destinazione, a Brindisi, dove sono diretti. La Kater i Rades, secondo questi ordini, doveva essere fermata e riportata in acque albanesi. Lo prevedono gli accordi tra Italia ed Albania del 25 marzo 1997, così tanto osteggiati dall'ONU che ne denuncia l'illegalità. Per compiere questa operazione la Sibilla si avvicina così tanto allo scafo albanese da non vederlo più: il rapporto delle dimensioni tra la Sibilla è la Kater è di 23 a 1. Nave Sibilla colpisce sul lato destro la Kater per ben due volte, sul lato destro. L'urto non è violento ma è sufficiente a far sbilanciare quest'ultima che nel frattempo subisce un forte sbilanciamento perché tutti gli uomini in coperta si spostano verso sinistra. In meno di tre minuti la motovedetta va a fondo trascinando a ottocento metri di profondità le donne e i bambini stipati nelle tre stanzette della stiva. Solo Elvis Isufi, all'epoca undicenne, riuscirà a passare da un oblò e a salvarsi. I superstiti saranno 34: 30 uomini, 2 donne e 2 ragazzini. 

Sulle fasi del naufragio si può leggere anche la testimonianza di Angelo Luca Fusco all'epoca capitano di corvetta che era di guardia al Maridipart Taranto da cui nave Sibilla prendeva ordini. 

Il naufragio. Morte nel mediterraneo è anche il titolo del libro di Alessandro Leogrande.