Nel 1997 l’Albania è un paese povero, retto da una democrazia fragile e giovanissima.
Cinque secoli di dominio ottomano, un re straniero, l’invasione italiana seguita da quella tedesca non avevano lasciato spazio ad alcuna forma di partecipazione e la dura dittatura di Enver Hoxha aveva costretto il popolo squipetaro a vivere in una prigione a cielo aperto economicamente arretrata.
Enver Hoxha muore nel 1985, nel 1991 cade la dittatura stalinista e Sali Berisha, in passato medico dei notabili del regime, sale al potere. L’Albania esce dall’isolamento e migliaia di albanesi raggiungono l’Italia e l’Europa. Si cerca d costruire una nuova economia sul modello occidentale favorita dalle rimesse degli emigrati e dagli investimenti di imprenditori italiani in cerca di manodopera a basso costo. Gli sforzi interni e gli aiuti provenienti dall’estero, però, non riescono a supplire all’assenza di una cultura imprenditoriale, di lavoro specializzato e di innovazione.
Nel marzo 1997 l’Albania vive una profonda crisi economico-finanziaria cominciata nel 1996 a seguito del crollo delle finanziarie piramidali, investimenti-truffa di dubbia affidabilità e scarsa trasparenza che promettevano alti interessi e guadagni rapidi e che avevano coinvolto i nuovi risparmiatori albanesi. Quando l’ambiguo meccanismo si rompe Sali Berisha non interviene e
i piccoli investitori perdono tutto. La rabbia popolare esplode, rivolgendosi contro il governo, accusato di complicità nella frode: è guerra civile. A Tirana si tenta ripetutamente di assaltare il parlamento, Valona diviene in breve tempo dominio di organizzazioni criminali che non riconoscono nessuna autorità e prendono in mano la situazione con la forza delle armi. I porti di Valona e di Durazzo e l’aeroporto di Tirana vengono chiusi, l’Esercito Italiano rimpatria via
elicottero suore, volontari e industriali.
Il 27 marzo, il giorno precedente all’affondamento della Kater i Rades nelle strade di Valona muoiono 21 persone.
Già dai primi di marzo erano iniziati i tentativi di fuga: più di cinquemila albanesi scappano con motoscafi di proprietà, con mezzi dell’esercito, motonavi e gommoni. E’ una fuga diversa da quella del 1991 conseguenza della fame e dell’illusione di trovare, in Italia, l’America, di realizzare i propri sogni nel paese di Raffaella Carrà e del festival di San Remo. Nel 1997 si scappa per paura, per sfuggire alle sparatorie per strada; scappano i benestanti, i militari, le famiglie di risparmiatori truffati.
Anche l’Italia è diversa: il primo governo Prodi adotta la strategia del respingimento che blocca ogni arrivo e spinge per un intervento militare internazionale in Albania unico aiuto possibile alla soluzione dei problemi interni al paese balcanico.
E’ l’Italia di Irene Pivetti, ex Presidente della Camera la quale, in un’intervista al Tempo, dichiara che i profughi albanesi “andrebbero ributtati in mare. E quando sparano sulle nostre forza dell’ordine, le loro navi andrebbero affondate”.
Nel mese di marzo la stampa italiana dedica numerosi articoli ed approfondimenti alla questione albanese, contribuendo ad alimentare, nell’opinione pubblica, la paura di un secondo esodo dopo quello del ’91.